Frammenti del passato: La tenebrosa processione -da La Ciminiera anno VIII – 07_08

Ben trovati.
Nuova rubrica del nostro sempre più affollato blog, questa volta dedicata ai recuperi d’autore: articoli interessanti pubblicati enl corso degli anni dall’associazione Centro Studi Bruttium sulla rivista “ammiraglia”, la Ciminiera, o sui suoi satelliti, Odisseo, i Quaderni del CSB, Gli altri Quaderni del CSB, i Quaderni delle Nuvole ecc…

Iniziamo ancora in tema Halloween con un articolo che affronta un tema caro alla tradizione flklorica europea e non e strettamente legato alla ricorrenza di Halloween e del Giorno dei Morti: La tenebrosa processione di Raoul Elia, tratto da da La Ciminiera anno VIII – 07_08


Questa volta, parleremo di una tradizione diffusa in tutta la Calabria (e, se per questo, in tutto il Meridione e non solo), quella della Processione dei Morti.
Una tradizione molto antica e che ha prestato il fianco a molte interpretazioni, una fra tutte quella di Carlo Ginzburg, che ricollega la “tenebrosa processione” addirittura alla tradizione medievale della Caccia Infernale (1) e con l’orda dei morti capeggiata da una donna misteriosa variamente denominata (2) che, in occasioni rituali stabilite, si racconta irrompesse nelle strade di paesi e città europee, di notte, portando con sé tutti coloro che trovava per le vie.
Alla stessa origine, ad esempio, viene spesso ricollegata la tradizione del “re Carnevale”. Dall’idea della caccia infernale, si sarebbe giunti, attraverso varie trasformazioni, alla processione rituale dei morti che ritornano, in giorni ed a ore stabiliti e secondo modalità “protette”: i morti – riporta Pitrè “escono dai cimiteri ed entrano in città. Siccome in passato i cimiteri erano per lo più entro i conventi de’ Cappuccini, così i morti sogliono partire da quei conventi. In Cianciana però (perciò, N.d.R.) escono dal convento di S. Antonino de’ Riformati, attraversano la piazza e arrivano al Calvario; quivi fatta una loro preghiera al Crocifisso, scendono per la via del Carmelo. E’ nel passaggio appunto che lasciano i loro regali a’ fanciulli buoni. Nel viaggio seguono quest’ordine: vanno prima coloro che morirono di morte naturale, poi i giustiziati, indi i disgraziati, cioè i morti per disgrazia loro incolta, i morti di subito, cioè repentinamente, e via di questo passo. In Casteltermini il viaggio è ogni sette anni, e i morti lo fanno attorno al paese, lungo le vie che devon percorrere le processioni solenni.” (3).
Variamente attestata nella cultura tradizionale contadina del Meridione (4), la “tenebrosa processione” ha delle caratteristiche fisse che, di solito, si ripetono con costanza (anche se non tutti gli elementi compaiono in tutte le storie e nello stesso ordine). Vediamo quali:
1) i morti sono individui molto abitudinari: la processione si svolge sempre in giorni (o meglio, ma questo si capiva, vero? in notti) particolari, periodi legati fra loro da una valenza cultuale (il 2 novembre, giorno dei morti, il Natale, l’Epifania) non sempre strettamente connessi a riti e festività propri della religione cattolica (per la par condicio);
2) in quei giorni e per quelle ore lo spazio comunitario del paese (per quanto piccolo), e in particolare i percorsi della processione, è interdetto ai vivi (“guai ai vivi veder certe cose”); 3) coloro che, vivi, infrangono queste regole, sono
per lo più colpiti dalla “maledizione di morte”, dalla contaminazione dei morti che tornano, e, come nei peggiori film horror della Hammer, muoiono dopo tre giorni o, se sopravvivono, hanno febbre altissima e dolori (che i morti fossero d’accordo con i dottori?);
4) come si dice, anche i disgraziati hanno il loro santo in paradiso: i malcapitati sono “salvati” dalla comare o dal compare morti, i quali in questo modo qualificano il proprio ruolo di intermediari privilegiati fra mondo dei vivi e mondo dei morti; 5) la processione si svolge lungo gli spazi processuali tipici della vita religiosa del paese, terminando per lo più davanti al cimitero od alla chiesa del paese, dove, a volte, un prete morto dice messa (le abitudini sono dure a morire!).
6) anche i morti hanno dei limiti: la processione non può superare il “calvario” (5) o un quadrivio, né superare il limite del cimitero del paese. Ovviamente, le varie tradizioni locali differiscono in qualcosa, ma la struttura base è più o meno la stessa. Analizziamo qualcuna di queste tradizioni, riportate da molte fonti, anche piuttosto recenti.
Il «sabato degli spiriti», a Lungo, era (almeno un po’ di tempo fa) il giorno dedicato alla commemorazione dei defunti e, secondo il calendario della chiesa bizantina in uso nei centri d’origine albanese, coincide col sabato precedente la domenica di Pentecoste. Secondo le tradizioni locali, per una speciale concessione di Cristo, bontà sua, le ombre dei morti, che lo richiedano preventivamente, è ovvio, lasciano l’oltretomba e, “provvisoriamente svincolate da ogni pena, fanno ritorno ai luoghi dove a loro tempo hanno vissuto, restandovi per otto giorni; e siccome i loro occhi sono ormai abituati all’oscurità più tetra e profonda, esse hanno bisogno di luce assai viva per orientarsi, circolare agevolmente, e, insomma, trascorrere in serenità questa loro vacanza terrena; perciò le case, i bassi, le cantine, vengono illuminati a giorno con lucignoli alimentati da olio vergine”. I morti trascorrono quindi otto giorni fra i loro parenti; poi, all’imbrunire del «sabato delle lacrime», “le ombre si distaccano dai luoghi cari e, accompagnate dal cupo, ossessivo rintoccare delle campane a morto, s’avviano meste verso il cimitero per restituirsi all’amaro destino d’oscurità e tormenti” (6). Similmente, secondo le ricerche di Caterina Basile, a Cropani e nello Ionio catanzarese, è “credenza generale […] che il 2 novembre le anime dei trapassati abbiano il permesso di uscire dai luoghi delle loro pene, essendo queste sospese per loro, particolarmente dal giorno dei morti fino all’ottava, ed anche ogni primo lunedì del mese. Esse in lunga filara (ovvero in fila, come i vivi alla posta, N.d.R.) vanno in giro accompagnate qualche volta da alcune donne vive del paese scelte per particolari benemerenze; i morti si servono di esse solo per mandare imbasciate (ovvero commissioni, anche i morti hanno i loro affari, N.d.R.) e saluti ai loro cari viventi, ma ancora per chiedere loro un piatto appetitoso o un po’ di denaro.
Queste donne prezzolate sono così le mezzane di un insolito commercio” (7).

Il ritorno dei morti è, in questo caso, isolato e rinchiuso in uno spazio e secondo modalità di svolgimento ben stabilite che, al di là del collegamento alla religione cristiana segnalato dal ricorso al permesso di Cristo, ricordano la malinconia di Achille nell’Odissea (ci mancava solo la citazione classica, vero?), così come la tradizione della famiglia come unità meta-storica che unisce vivi e morti e che ha nella continuità generazionale e nell’interazione biunivoca la propria strategia di sopravvivenza alla dissoluzione degli individui.
In altri casi, il ritorno dei morti viene vissuto dal narratore con un atteggiamento misto di nostalgia e di disagio, che può sfociare anche in un vero e proprio orrore. Come nel caso di Falconara Albanese, paese in provincia di Cosenza.
In certe notti, a Falconara “i morti evadono in massa dalle loro sepolture e, in processione, con in mano i resti delle loro ossa a mo’ di fiaccola accesa, percorrono le strade del paese recitando litanie di contrizione. Ben pochi, però, hanno avuto la ventura di vederli e questi pochi senz’altro avrebbero preferito pur non vederli, chè l’esperienza è di quelle da ricordarsele vita naturale durante, sempre se si sopravvive in possesso di sensi” (e qui si evidenzia la punizione prevista per chi contravviene al divieto di vagare per il paese durante le notti preposte al ritorno dei morti, indicata di solito con la morte, venuta dopo febbri e tremori che durano, in quasi tutte le redazioni, tre giorni, oppure, in caso di sopravvivenza, è indicata come malattia e debolezza perenni).
Qualcosa del genere “capitò ad un’ignara fornaia che, in una notte da tregenda (8), mentre era impegnata nel suo quotidiano lavoro, percepì un mormorio orante e, pensando ad una processione comunque fuori dal normale data l’ora ed il maltempo (in questo caso, il narratore sottolinea, ancora una volta, l’elemento fuori dalla norma e, quindi, per contrasto, la violazione alle regole sociali), s’affacciò incuriosita sulla soglia del forno: vide un lungo, solenne corteo di persone vestite col saio monacale, il cappuccio calato sul viso e una torcia in mano, accesa nonostante la fitta pioggia ed il vento. Uno solo di quei tristi figuri portava una torcia spenta, e costui, veduta la donna, uscì dal corteo, le si avvicinò e le chiese di accendergli la torcia al fuoco del forno. La fornaia, servizievole com’era, non se lo
fece ripetere due volte, e, presa la torcia che l’altro gli porgeva, s’avvicinò al fuoco per accenderla, senza, però, riuscirvi, per cui si riaffacciò sulla soglia per restituirla, ma l’incappucciato non c’era più, sparito lui, sparito tutto il corteo. Perplessa, la donna fissò la torcia e con orrore vide che teneva stretta nella mano una tibia tutta bruciacchiata là dove lei aveva cercato d’accenderla” (9).

In generale, comunque, la processione dei morti rappresenta una ricostruzione (o meglio una riaffermazione) dei percorsi rituali della comunità: il calvario, il cimitero, la chiesa, la piazza, le strade, ma anche le fontane, fiumi e altre fonti d’acqua, i cippi funerari sulla strada ecc… sono tutti luoghi che, con il loro passaggio, vengono marcati dai morti, la cui plasmazione simbolica da parte della processione li attiva e li caratterizza come luoghi deputati alla socializzazione della comunità dei vivi. Come nel racconto di una contadina di Roccanova in Lucania, in cui il percorso compiuto dallanarratriceincompagniadeimortièsegnato da alcune stazioni di una “via crucis ideale” che va da casa al cimitero, alla fontana, quindi di nuovo a casa passando dal cimitero e infine da un quadrivio: “Una sera del 1915 Carminella non riusciva a prendere sonno. Il marito era in guerra e l’aveva lasciata nella miseria con due figli piccoli. Quella sera non aveva mangiato, e forse per questo non riusciva a dormire. Si alzò dal letto, e tanto per distrarsi (il testo riporta così, sebbene sia difficile capire perché per distrarsi sia stato necessario andare a prendere l’acqua alla fonte), andò ad attingere acqua alla fontana. Era notte alta (da notare, anche in questo caso, la violazione al codice contadino: una donna esce sola e si reca di notte in un posto pericoloso come un corso d’acqua). Passando vicino al cimitero vide una figura vestita in bianco che le veniva incontro, e che riconobbe per la madre morta. Carminella non ne provò paura, sembrava quasi di sognare. La figura in bianco l’accompagnò alla fontana, in silenzio. Al ritorno, ripassando davanti al cimitero, ecco una nuova figura in bianco: era Vincenzo Cervino, un contadino morto da poco. Vincenzo le raccomandò di portare sue notizie alla moglie, che era ancora viva e abitava in paese. In compagnia delle due figure, Carminella continuò il cammino verso casa, ma a un crocevia (ancora una volta, il crocevia appare come soglia liminare del mondo dei vivi. Vedi, in proposito, la nota (5)) gli spettri si dileguarono. Tornata in casa, al momento di rimettersi a letto, Carminella si andò “revegghiando”, cioè le parve di uscire come da uno stato di sogno. Si guardò intorno: la brocca colma d’acqua stava lì a provare che era andata realmente alla fontana. Allora si rese conto di aver parlato con i morti, e dalla gran paura per tre giorni ebbe freddo e febbre” (10). Una contadina di Soveria Simeri così ricorda una sua “passeggiata con i morti”: “Una volta ho fatto una passeggiata con i morti e un altro poco ci potevo restare davvero. Una bella tranquilla quella notte e pare che mi ero coricata e nel sonno mi sono sentita chiamare da una voce che proveniva da fuori;
mi sono alzata, ho aperto la porta e sono uscita fuori. In mezzo alla strada c’era una processione lunga lunga e pare che dicevano certe preghiere, come orazioni, che però non si capivano. Pare che mi sono informata da una comare mia che è morta ed era pure in quella processione di morti e pare che mi ha preso dal braccio e mi ha portata con sé appresso a quella fila. Allora, dopo che abbiamo fatto il giro del paese, abbiamo preso la strada del camposanto e appena siamo arrivati avanti al cancello, quei morti hanno cominciato a entrare dentro. Pure io ho fatto il gesto di entrare, ma quella mia comare m’ha detto: ‘Va’, va’, vattene ché ancora per te non è ora’ e pare che mi ha spinto.
A questo punto mi sono svegliata e mi son trovata sola, nel cuore della notte, davanti al cancello del camposanto. Per miracolo non mi è presa una cosa, non lo so neanch’io come ho fatto a tornare a casa. Meno male che avevo lasciata la porta aperta altrimenti sarei rimasta pure fuori. Appena sono entrata mi son sentita svenire e mi son gettata sopra il letto e sono rimasta come un’insensata. Dopo mi è venuto un tremitointutteleossa,consudorifreddi.
Quando me la son sentita ho chiamato mio figlio Michele che sta sopra e abbiamo chiamato subito il medico. Mi ha trovato una febbre da cavallo e questa febbre mi è durata tre giorni e tre notti.
Non è buono sognare processioni e come l’ho sperimentato io, nessuno” (11).

In questi casi, per fortuna, l’infrazione commessa dalle due narratrici non è stata sanzionata con la morte, ma solo con la “febbre dei tre giorni”, febbre che si configura comunque come vera e propria “morte rituale” (12). Perché? C’è sempre una ragione…
Tre giorni (non uno di più, non uno di meno, in tutte le fonti attestate) come i giorni di lutto per Cristo secondo la tradizione pasquale (un tempo, infatti, la morte di Cristo veniva celebrata ritualmente di Giovedì).
La febbre come sostituta della morte vera e propria (e per quei tempi, in cui anche un raffreddore poteva essere mortale, non c’era poi tanta differenza, credetemi).
Non tutti, però, sono così fortunati.
A proposito della messa dei morti, Lombardi Satriani e Meligrana riportano che “altro tema ricorrente del ritorno processionale dei defunti ” e della loro sosta nel paese è l’ascolto della messa celebrata da un sacerdote defunto nella chiesa del paese, che riafferma così la sua funzione di casa dei morti. L’incauto ascolto della messa da parte dei vivi provocherebbe delle gravi conseguenze che nella previsione culturale delle classi subalterne vanno fino al contagio di morte” (13).
De Martino riporta, ad esempio, il racconto di Adelina Truncellito: la “contadina di Valsinni riferisce che la messa dei morti viene celebrata da un sacerdote che volge le spalle all’altare. Un certo Fiore vi ha assistito una mattina, quando doveva recarsi alla fiera di Rotondella. Vide la chiesa aperta e illuminata, zeppa di persone. Ma non erano persone, erano anime dei morti. Una di queste anime gli si avvicinò, gli toccò un braccio e gli disse: ‘Che fai qui? Non è messa per te!’. Fiore scappò via spaventato e per tre giorni ebbe freddo e febbre” (14).
“Angela Conte di Roccanova riferisce riporta Ernesto De Martino – che la sua amica Annunziata, di anni 35, ha assistito alla messa dei morti. Una notte fu svegliata dal suono delle campane, corse in chiesa e si ritrovò ad assistere alla messa. Una comare di San Giovanni le toccò il braccio e le disse: “Te ne devi andare subito, non è messa per te, altrimenti resti qui ». Scappò via, ma un lembo della gonna le restò impigliato nei battenti. Dallo spavento per tre giorni ebbe freddo e febbre” (15).
E una sorte simile stava per toccare alla serva protagonista del racconto registrato da G. Bottiglioni, che riesce a salvarsi solo per il suo sangue freddo e grazie agli scongiuri pronunciati dinnanzi ai morti, che, in questo caso, aggrediscono la viva: “in Tempio vi aveva una signora ricca ricca ma avara. Questa un giorno va in Chiesa e in una sedia dimentica il rosario e la chiavetta della cassaforte. Arrivata a casa, se ne avvede, e manda la serva a prenderla. Siccome era notte, la serva prima non ci voleva andare, ma dopo vi è andata. Vicino alla chiesa, incontra tre uomini, si avvicinano e saputo dov’era andando le dicono: « mira, in chiesa troverai la schiera dei morti, mira che balleranno in giro a te, cercheranno di farti male, tu non temere, ma fatti la croce e di’ queste parole: ‘Ho incontrato in via Paolo, Pietro e Andrea (da notare l’utilizzo di figure sacre come gli apostoli S. Pietro e S. Andrea e S. Paolo quasi come un incantesimo di protezione. Evidentemente, nell’immaginario popolare contadino, il potere taumaturgico e miracoloso dei Santi si estende non solo alle loro immagini, ma anche ai loro stessi nomi, pronunciati a mo’ di esorcismo) e stanno venendo con me Andrea, Paolo e Pietro. Sono con me in compagnia Paolo, Pietro e Andrea’». La serva entra in chiesa, trova la schiera che gliene fa di tutti i colori, ma essa non teme, dice quelle parole e la schiera scompare” (16).
In quasi tutti i casi, comunque, la morte rituale avviene dopo tre giorni di febbre e freddo, a sancire la punizione dell’infrazione commessa dal malcapitato testimone.
Attenzione, dunque.
Guai a disturbare la processione dei morti!

1) Fra le numerose fonti medievali che riportano la leggenda della caccia infernale, sempre in chiave didascalica, vanno ricordati almeno il XIII canto dell’Inferno di Dante Alighieri (in cui alla vista del sommo poeta e della sua guida Virgilio appare l’orda demoniaca che insegue due peccatori, Inf. XIII, 109-129), una novella del Decameron di Giovanni Boccaccio (Decameron, giornata V, novella 8, “Nastagio degli Onesti”) e una novella di Jacopo Passavanti tratta dallo Specchio della vera penitenza (“il Carbonaio di Niversa”, in cui è maggiormente evidente la contaminazione fra il tema “pagano” e la nuova interpretazione in chiave cristiana). In tutti e tre i brani, la caccia è composta da demoni infernali (nella versione dantesca solo appaiono solo i cani da caccia, negli altri anche i cavalieri) che perseguitano morti colpevoli di peccati vari. Al tema della “Wild hunt” e al suo/a leader (il “Wild Huntsman”) dai molti nomi sono stati dedicati molti racconti e molti fumetti, fra cui un’avventura di Sherlock Holmes in due parti, apparsa sull’albo Martin Mystere Speciale Bis nn. 16- 17, testi di Carlo Recagno, disegni di Dante Spada e Colombi (n. 16) e Daniele Palombo (n. 17).
2) Il riferimento è al volume Carlo Ginzburg, Storia notturna, Einaudi, Torino, 1996. Una curiosità: fra i nomi con cui è chiamata questa misteriosa Signora dei Morti, accanto a Perchta, Abbundia ecc…, troviamo anche Harley Quinn, da cui deriverebbe poi la maschera di Arlecchino.
3) G. Pitrè, Spettacoli e feste popolari siciliane, nuova ed., Palermo, il Vespro, 1978, pp. 397-98. E’ da notare, come del resto fa M. Meligrana, come la processione abbia un ordine sociale al suo interno, specchio delle differenze sociali dei vivi. Questo ordine appare piuttosto stabile e dipende dal grado di “salvezza” acquisito secondo le norme della cultura folklorica.
4) Un canto popolare calabrese raccolto da Lumini fa esplicito riferimento alla processione dei morti: “Avissi vistu a patria/ Passari di ‘sta via?/ L’annu vistu a la chiesa/E cu li morti jia./ I morti lu lassavanu / E la via nu la sapia. / Avissi vistu a patrima / Passari de ‘sta strata? / L’ànnu vistu a la chiesa / Cu li morti è andatu. / Li morti lu lassavanu / E illu nu sapia la strata”.
(trad.: Avessi visto mio padre / Passare da questa via? / L’hanno visto alla chiesa / E con i morti andava. / I morti lo lasciavano E la via non la sapeva. // Avessi visto mio padre / passare da questa strada? -L’hanno visto alla chiesa / e con i morti è andato. / i morti lo lasciavano / Ed egli non sapeva la strada). Il canto si trova in A. Lumini, Le reputatici in Calabria, II, in “la
Calabria”, a. II, n. 3, 15/11/1889.
5) il calvario è “costituito da un monumento a forma di polittico, i cui elementi variano da tre a cinque e su cui sono raffigurate le scene della Passione e Morte di Cristo. Rivolto verso il paese, presenta spesso una conformazione concava, che conferisce all’insieme architettonico un movimento analogo al gesto dell’abbracciare. A volte è inserito in un recinto ed è sormontato da una o tre croci in ferro battuto. Posto al termine del paese, nella maggior parte dei casi è collocato tra l’abitato e il cimitero.” (L. M. Lombardi Satriani – M. Meligrana, Il Ponte di S. Giacomo, Palermo, Sellerio, 1996, p.66). Per quanto riguarda la sua funzione, “Il Calvario, chiudendo dall’esterno, per così dire, il paese, ambito istituzionale della socializzazione, rappresenta di fatto una barriera che impedisce a tutte le forze ostili, che potrebbero minacciarne l’integrità, di penetrare nell’abitato” (L. Lombardi Satriani, M. Meligrana, op. cit., p. 65).
6) G. Palange, la Regina dei Tre Seni, Soveria Mannelli (CZ), Rubbettino, p. 74.
7) C. Basile (a cura di L. Statizzi), Tradizioni in Calabria, Credito Cooperativo Centro Calabria, Cropani (CZ), 1999, p. 64.
8) tregenda, ovvero “tempesta che si scatena con particolare violenza e lampi terrificanti” (Devoto-Oli).
9) G. Palange, op. cit., pp. 57-58.
10) E. De Martino, Morte e pianto rituale – Dal lamento funebre antico al pianto di Maria, Torino, Boringhieri, 1975, p. 104.
11) I. Mirabelli, I sogni di una comunità calabrese: Soveria Simeri, tesi di laurea, Facoltà di Magistero, Università di Messina, a.a. 1977-78, riportato in L. Lombardi Satriani – M. Meligrana, op. cit., p. 97.
12) Una leggenda scandinava, ricordata da De Gubernatis, “narra di un giovine, che invitato nella notte di Natale alla danza degli spiriti della montagna, riceve da una montanara due doni, fugge inseguito dagli spiriti e dopo tre giorni muore”. Cfr. A. De Gubernatis, Storia comparata degli usi funebri in Italia e presso i popoli indo- europei, Milano, 1890, rist. an. Bologna, Forni, 1971, pp. 35-36. Cfr. anche G. Bottiglioni, Leggende e tradizioni di Sardegna, Genéve, Olschki, 1922 pp. 45-46.
13) L. Lombardi Satriani, M. Meligrana, op. cit., p. 107
14) E. De Martino, Op. cit., , p. 106. 15) E. De Martino, op. cit., pp. 106-107.
16) G. Bottiglioni, Leggende e tradizioni di Sardegna, Genève, Olschki, 1922, pp. 45-46.

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