POCA CULTURA IN CALABRIA? NO, TROPPA.

Quando dalla nostre parti avevamo già consumato due o tre civiltà, tutto il resto d’Europa non sapeva ancora farsi la barba. E non dico durante la solita Magna Grecia, ma anche per tutta la storia umana fino ai nostri giorni. Quasi. Oggi, checché se ne dica, la Calabria ha un nugolo di laureati e diplomati, e le scuole si sprecano. Bene, direte voi: e di cosa ti lamenti, allora?
Ma dell’assenza di tutta questa cultura da qualunque cosa non sia la cultura pura e semplice, ovvero astratta, teorica, teoretica, contemplativa, libresca. Succede un guaio, cade una Giunta regionale, la Comunità Europea vorrebbe darci soldi e la Regione non glieli chiede, la sanità è una voragine, le statistiche confermano che la Calabria è l’ultima fra tutte le regioni del continente sotto qualsiasi profilo, la maggioranza non si regola e l’opposizione fa ridere, ebbene, parlano il deputato Caio, il consigliere Tizio, parla Sempronio segretario di un partito di quattro gatti, insomma tutti hanno qualcosa da dire o se non se l’inventano, tutti, tranne gli intellettuali, i poeti, i prosatori, gli scienziati, i professori, i medici eccetera, i quali rigorosamente tacciono sopra tutto e il contrario di tutto. Vale per il mitico ponte sullo Stretto, di cui hanno detto qualcosa anche i più sperduti consiglieri circoscrizionali di Vattelapesca e sindacalisti di tre operai, ma nessuno ha mai sentito il parere di un ingegnere, di un economista, di un professore, di un meteorologo, di un talassologo, di un ittiologo, di un geografo, di un geologo, di un sismologo, e, scusate se esisto, di uno storico.
Quieto vivere, servilismo, superbia, ignoranza, astuzia… Una causa qualunque, importa poco, l’importante è tacere.
Così accade che in Calabria restiamo miseramente privi di analisi e di proposte, cioè proprio delle due cose che per definizione dovrebbero essere di stretta competenza degli intellettuali, e poi, ma solo poi, arrivare ai politici per la formalizzazione e l’attuazione.
Ecco cosa vorrei timidamente suggerire ai dotti della Calabria: che scendano un attimino dal piedistallo dove si ergono con la spada in mano e la corona d’alloro in capo, e dove, per l’altezza, respirano solo aria pura e balsamica, e si contamino alquanto con le piccole miserie della quotidiana vita dei vivi: l’economia che ha a pezzi; la disoccupazione che dilaga; la delinquenza, le strade che sono vecchie e superate, e quelle nuove cadono dopo due anni, quindi sono meglio quelle di prima; il turismo che dura quindici giorni invece che dieci mesi; i fiumi senz’argini; le città intasate di traffico; le scuole fatiscenti e senza laboratori… Insomma, ci sarebbe un bel poco con cui darsi da fare.
E, perché no, gli intellettuali potrebbero anche occuparsi di cose da intellettuali: difendere l’immagine della Calabria agli occhi del mondo; studiare e far conoscere il patrimonio archeologico, artistico e storico; recuperare i documenti e i libri dispersi, almeno in forma di supporti telematici…
Un corollario. Quando dico che i dotti devono interessarsi di politica, non dico affatto che si devono candidare e fare eleggere. Enrico Aristippo da Santa Severina, che visse e tragicamente morì alla metà del XII secolo, lasciò le traduzioni di Platone per diventare primo ministro di Guglielmo I, e, commettendo sciocchezze, finì tra i tormenti dell’iroso re; il prof. X, l’emerito Y, il dotto Z diventati deputati e senatori (non faccio nomi solo per umanità) sono serviti da specchietto per le allodole, e quando non servirono più, li hanno gettati via senza un saluto. No, i dotti, esclusi i presenti, non sanno fare politica attiva: hanno già il loro potere, quello della cultura, lo esercitino.

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