I mostri dell’immaginario puntata 4: Anfesibena

Quarta puntata della rubrica dedicata ai mostri del nostro immaginario. In questa puntata parliamo di un mostro poco conosciuto nella cultura contemporanea ma molto “apprezzato” nel passato, tanto diventare un elemento dell’araldica nobiliare: l’Anfesibena.

Anfesibena

L’anfisbena, o anfesibena, è un mostro mitico con l’aspetto di un grande serpente dotato però di due teste, una a ogni estremità del corpo, e di occhi che brillano come lampade. Il suo nome deriva dal latino amphisbaena, a sua volta derivante dal greco ἀμϕίσβαινα, composto di ἀμϕι- «anfi-» e βαίνω «andare», quindi che significa “che va in due direzioni”.

Nel mito e nella Letteratura

Secondo il mito greco, l’Anfesibena fu generata dal sangue gocciolato dalla testa della gorgone Medusa quando Perseo volò, stringendola in pugno, sopra il deserto libico. Era velenosa e, da brava figlia di Medusa, aveva lo sguardo che paralizzava. Inoltre era capace di muoversi in avanti e in retromarcia.
L’anfesibena come creatura mitologica e leggendaria è stata citata da Marco Anneo Lucano nella sua Farsalia e Plinio il Vecchio nella sua enciclopedica Naturalis Historia, ma viene nominata anche da Dante, nel canto 24 dell’Inferno, e da Borges, nel suo “Manuale di zoologia fantastica”.
Secondo alcune tradizioni si tratterebbe di un drago senza né ali né zampe, ma con due teste, da cui è facile riscontrare la somiglianza con alcune raffigurazioni, ampiamente diffuse nel mondo, di serpenti a due teste.
E ancora, citando le parole di Brunetto Latini, l’anfisbena è «un serpente con due teste, una al suo posto e l’altra sulla coda, e con entrambe può mordere, e corre con prestezza, e gli occhi brillano come candele».
Per altri autori questa creatura sarebbe stata dotata di zampe, ma per correre avrebbe “inventato la ruota”: una testa entrerebbe nella bocca all’altra estremità e, facendosi cerchio, l’anfisbena potrebbe così correre velocissima.

Anfesibena in una miniatura medievale
Anfesibena in una miniatura medievale

Nell’araldica

La rappresentazione araldica ordinaria dell’anfesibena, detta più correntemente anfisbena, è quella di un serpente disposto a forma di 5 o di S, inanellato e con una seconda testa al termine della coda. Le due teste gli permettono di procedere sia in avanti che all’indietro senza differenza.
Quando una testa dorme, l’altra resta sveglia in guardia.
Le due teste sono abitualmente di colore differente: di smalto oro o argento, quella superiore, e nero, quella inferiore. Questa rappresentazione simboleggia la vittoria del Bene sul Male. Nella sua forma più completa l’anfisbena mostra la parte luminosa alata e quella oscura membrata, cioè con un paio di zampe scagliose. Quando è rappresentata con le due teste unite, queste non sono differenziate, dunque, lo smalto non ha rilevanza.
L’anfisbena può essere blasonata sia con gli attributi dei carnivori sia con quelli degli uccelli.

Stemma araldico con Anfesibena alata
Stemma araldico con Anfesibena alata

L’anfesibena nel mondo animale

Ma esiste?
Nella realtà, il nome di anfisbena è stato dato ad un innocuo animale facente parte dell’ordine degli squamati insieme a lucertole e serpenti, in quanto dall’apparenza molto simile alle descrizioni della creatura mitologica: la testa e la coda di questi rettili infatti sono pressoché indistinguibili tra loro. Nonostante la famiglia di appartenenza, a differenza dei loro più popolari cugini però, quasi nessuno conosce le anfisbene e il loro stile di vita rimane tutt’ora per lo più avvolto nel mistero.
Il motivo di tanto mistero è che le anfisbene sono l’unico gruppo di rettili esistente adattato a vivere nel sottosuolo e a non uscirne praticamente mai: un adattamento antichissimo che risale almeno al Giurassico, a quando esisteva ancora la Pangea, a giudicare dalla distribuzione di questi animali che al momento occupano tutta la fascia equatoriale e tropicale. In Europa abbiamo solamente una specie, il Blanus cinereus, che vive nella penisola iberica (Spagna e Portogallo). Esistono però resti fossili di 65 milioni di anni fa di Amphisbaenidi che vivevano in Germania, Inghilterra e Belgio.

la
la “vera” anfesibena

Gli adattamenti alla vita nel sottosuolo hanno profondamente modificato il corpo di questi rettili, che adesso somigliano tutti esteriormente a dei lombrichi giganti: le zampe sono scomparse in quasi tutte le specie, anche se spesso conservano gli abbozzi delle anche e delle spalle; gli occhi sono diventati atrofici, affondati e ricoperti da una squama più o meno trasparente a seconda della specie; le squame sono profondamente modificate e hanno una struttura ad anello intorno al corpo. Per questo motivo le anfisbene vengono chiamate annuli: sono proprio queste squame a dare loro l’aspetto di un gigantesco lombrico. Inoltre non c’è differenza di diametro tra la testa, il corpo e la coda; la coda è capace di staccarsi come quella delle lucertole, ma a differenza delle loro cugine alle anfisbene non ricresce; l’orecchio esterno è scomparso e al suo posto è presente una struttura bizzarra, chiamata extracolumella, che sostituisce il timpano e sbuca ai lati della mandibola permettendo comunque la ricezione dei suoni e delle vibrazioni, ma nella specie Blanus cinereus la extracolumella manca ed è sostituita da una placca cartilaginea e per questo motivo quella iberica viene considerata una specie primitiva. Altre caratteristiche della misteriosa anfisbena realmente esistente è il polmone destro, che è di dimensioni ridotte, mentre nei serpenti manca completamente. Inoltre il cranio è formato da un’unica, robustissima placca ossea a volte ricoperta da squame fortemente cheratinizzate; la pelle è poco attaccata all’interno del corpo, si muove per conto proprio e alla muta si stacca tutta in un pezzo; nella bocca esiste solo un dente, posto al centro del palato, per ancorare le prede.
La particolarità più eclatante di tutte le anfisbene è la loro tecnica di scavare gallerie nel sottosuolo, in quanto hanno il non indifferente problema di non voler emergere all’aperto per eliminare il materiale di risulta dello scavo, come fanno ad esempio le talpe che lo depositano in montagnole esterne. Il problema e’ risolto in modi leggermente diversi in base alla specie di anfisbena, ma il fulcro della tecnica rimane lo stesso: prendere a capocciate il terreno fino a che non cede.
E poi dicono di noi calabresi, che abbiamo la testa dura…

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